Il brand di riferimento per la spumantistica metodo classico in Alto Adige – la sua prima annata sparkling risale al 1992 – ha presentato il risultato dei lavori di rinnovamento e ampliamento in chiave non solo produttiva, ma anche esperienziale. Kettmeir, azienda appartenente al gruppo Herita Marzotto Wine Estates (oltre 246 milioni di ricavi nell’anno fiscale 2025), ha riaperto la propria tenuta con sede a Caldaro (Bolzano), dopo poco più di un anno e mezzo di “cantiere”, ed è pronta non solo a un balzo produttivo, con l’obiettivo di arrivare a 300mila bottiglie l’anno partendo dalle attuali 140mila, ma anche al salto di qualità nell’accoglienza dei wine lovers. L’ampliamento degli spazi consentirà a Kettmeir di disporre di nuove aree studiate per l’affinamento dei suoi spumanti metodo classico, inserite all’interno di un percorso immersivo e multisensoriale dedicato ai visitatori, con video descrittivi del processo di vinificazione e spumantizzazione e con installazioni artistiche nel porticato, per arrivare a stimolazioni olfattive che riproducono i sentori della fermentazione e dell’autolisi dei lieviti. I lavori sono stati realizzati con un approccio green, ricorrendo ai principi della geotermia per arrivare al risultato – coerente con le pratiche messe in atto da una cantina già certificata carbon neutral – dell’autosufficienza energetica. “Volevamo spazi che non solo garantissero la massima qualità tecnica, ma che sapessero raccontare la nostra anima e il nostro impegno per la sostenibilità”, ha raccontato in quest’intervista a Vinonews24 e Italianwinetour Alessandro Marzotto, general manager della tenuta fondata nel 1919 da Giuseppe Kettmeir e acquisita nel 1986 dall’allora Gruppo Santa Margherita, oggi Herita Marzotto Wine Estates, a completamento di una presenza consolidata in Alto Adige, terra dove la famiglia Marzotto ha realizzato il proprio “capolavoro” imprenditoriale (nell’ambito wine) con la vinificazione in bianco del Pinot Grigio, che oggi rappresenta il più importante vino bianco fermo italiano nel mondo, apprezzato ovunque e fondamentale per l’export soprattutto in nord America (primo mercato di destinazione). L’apertura della cantina rinnovata è stata accompagnata dal lancio dell’edizione limitata Baustelle (in tedesco significa cantiere) che è il frutto di un incidente di percorso avvenuto durante i lavori di ampliamento, quando una colata di cemento è caduta su una catasta di bottiglie, macchiandole irrimediabilmente. La criticità è stata trasformata in risorsa, dando vita a una linea di mille bottiglie per collezionisti, ciascuna caratterizzata dalla propria unicità.

Da sinistra: Joseph Romen (enologo), lo chef Norbert Niederkofler, Stefano Marzotto, il ceo Andrea Conzonato e Alessandro Marzotto
Il rinnovamento di Kettmeir si inserisce in un progetto più ampio del gruppo Herita Marzotto Wine Estates in chiave esperienziale ed enoturistica. Quali sono gli obiettivi degli investimenti in atto?
Noi produttori di vino partiamo sempre dall’esigenza tecnica, e nel caso di Kettmeir l’esigenza era importante. Dovevamo intervenire per programmare la storia dei prossimi vent’anni e lo abbiamo fatto partendo dalle necessità produttive, un punto di vista molto diverso rispetto a quello oggi dominante dell’esperienza in cantina. Questa trasformazione, progettata subito dopo i cent’anni di attività della cantina, è diventata l’occasione per declinare un racconto tarato in diversi modi, qualcosa che potesse risultare molto interessante per l’esperto di vino e per il curioso che si approccia per la prima volta al nostro mondo. Speriamo che possa contribuire al richiamo di molti nuovi visitatori in questo bellissimo territorio.
L’Alto Adige, peraltro, è già una destinazione consolidata del vino, ma la nostra impressione è che si possa fare il salto di qualità nella destagionalizzazione richiamando molti più wine lovers nel corso dell’inverno, che è la stagione di punta a livello turistico grazie alla neve e allo sci. Concorda?
Sicuramente oggi c’è già una stagionalità abbastanza lunga grazie a tutta una serie di attività outdoor, che animano il territorio nel corso dell’anno. Il turismo degli sport invernali è comunque una grande occasione per richiamare pubblico nei mesi più freddi, quando in genere scende il numero dei turisti in cantina, e nei prossimi anni lavoreremo per creare ulteriori sinergie con le attività svolte in cantina, che è sempre aperta e funziona molto bene anche d’inverno durante il weekend.

La limited edition Baustelle
L’obiettivo dichiarato di Kettmeir è arrivare a 300mila bottiglie di bollicine, partendo da una base attuale di circa 140mila bottiglie. Per centrare il risultato, avete bisogno di aumentare il numero dei conferitori o di acquisire nuovi vigneti di proprietà?
Parliamo di un progetto già pianificato e avviato, e che il nostro enologo Joseph Romen porta avanti da diversi anni, anche perché la produzione di spumante metodo classico richiede tempi lunghi e rapporti consolidati con i conferitori. La necessità della nuova cantina nasce dal fatto che noi volevamo valorizzare la qualità delle uve conferite dai nostri viticoltori, disponendo di spazi adatti all’affinamento e alla maturazione. Vogliamo che il nostro prodotto esca nel mercato al prezzo giusto e con il posizionamento che merita. È quindi un percorso che parte da lontano e con una direzione già definita.
Dopo Kettmeir, ci sono altri investimenti in arrivo legati all’accoglienza in cantina all’interno del vostro gruppo?
Uno più piccolino, comunque legato all’ospitalità, riguarda Lamole di Lamole in Chianti Classico, dove stiamo completando la ristrutturazione di un rustico destinato ad accogliere la stampa, gli importatori e a ospitare eventi speciali. Per il resto, prosegue lo sviluppo in Italia e all’estero, come ad esempio in Oregon dove abbiamo recentemente acquisito, tramite Roco Winery, i vigneti di Domaine Lumineux, e dove a luglio saremo in grado di presentare il rinnovamento dell’hospitality in un territorio che ha molto da insegnare in fatto di enoturismo.
Un’ultima domanda legata a Kettmeir. Si sa che il metodo classico italiano ha perlopiù l’Italia come mercato di destinazione, perché all’estero si scontra con l’appeal della bollicina d’Oltralpe. Voi però come gruppo disponete di un punto di forza fondamentale: la distribuzione negli Usa, tramite una filiale e una rete commerciale capillare. Riuscirete a imporre Kettmeir nel mercato nordamericano?
Kettmeir può crescere bene negli Stati Uniti, sempre tenendo conto del fatto che i suoi volumi sono contenuti e che l’approccio da parte nostra non cambia, essendo un prodotto di posizionamento alto rispetto al Prosecco. Già lo scorso anno abbiamo testato la sua capacità di attrazione in alcuni Stati chiave, partendo da New York e New Jersey che sono tra i più maturi dal punto di vista del vino, e il risultato è positivo: Kettmeir già oggi rappresenta una valida alternativa rispetto alle altre grandi zone spumantistiche francesi e italiane. Quest’anno stiamo estendendo il test ad altre geografie, dalla California alla Florida, fino a Chicago.

